martedì, 06 maggio 2008 | in : pensieri liberi

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E’ stato così, che mentre camminavo sola ho iniziato a parlare con le mie mani. Come potevo parlare con qualcun’ altro? Nessuno mi conosce meglio di loro. Tanta la solitudine che mi sarei abbracciata da sola, se mai avessi potuto prolungarle.
Un dito sulle labbra morbide a ricordarmi che vivo ed amo essere baciata.
Sotto al vischio a Natale, ma anche in un negozio del centro a Ferragosto.
Due dita tra i capelli di seta ed il mio sussurro compiaciuto… vedete, quanto si sono allungati? Ora si adagiano lievi sul mio lungo collo e mi contornano il volto spigoloso che si fa più dolce e languido nella nuova cornice color dell’ebano.
Una mano sul seno pieno a dire che di latte ne avrei da vendere, per saziare la fame ancestrale di chi sa cosa significa mangiare il corpo altrui.
Una carezza sul viso a piena mano, teneramente fin dentro l’incavo del collo e poi giù dietro nella nuca, dove l’attaccatura dei capelli diviene una radura oscura oltre alla quale si cela la vallata della schiena diritta e perfettamente modellata.
L’altra mano sul fianco sinistro, dove da ieri fa male. Mi coccolo da sola e mi dico non tremare.
Parlo alle mani mie intelligenti che tante cose sanno fare. Spesso senza nemmeno bisogno di comandare. Alla cieca trovano. Nel silenzio parlano. Sotto la pioggia battente mi riparano. Contro la furia umana mi proteggono.
Queste mani, che sanno di Versace,  tutto trovano quando sono allegre e tanto perdono quando non hanno pace.
Ho camminato tanto, trascinando un poco il peso del corpo sulla destra, giacchè la sinistra è infortunata. La borsa con il pc sulla spalla, il naso per aria. Grandi alberi hanno oscurato a tratti il cielo, mentre la mano sinistra ha ondeggiato avanti ed indietro al ritmo del mio passo, accarezzandomi distrattamente la coscia fasciata nel tessuto nero e lucido dei calzoni che quest’oggi ho indossato senza troppo chiedermi se mi stavano bene o se forse era meglio indossare quelli panna. Più consoni alla stagione.
Non ho ancora fatto il cambio. Lo dico proprio a queste mani che dovranno sollevare, spostare, eliminare, spazzolare e rimettere tutto in ordine e ben impilato nell'armadio ghiaccio.
Ora è la notte. Le mani mie, sempre loro, che accompagnano i miei pensieri nel ticchettare dei tasti, non tradiscono nemmeno la mia stanchezza infinita.
Mi passo una mano sulla fronte e loro già sanno che scotto ancora un po’.
Mi faccio una carezza e mi asciugo una lacrima impigliata in una ciglia. Stasera quando dormirò come una bambina so che mi faranno da guanciale. Parlo. Parlo ancora con loro e mi rendo conto che nonostante la solitudine in tutto il giorno non ho mai smesso di pensare e di lavorare. Ora stacco la spina e mi raggomitolo sul divano. Cuscino giallo ocra. Lo sposto con le mani. Un plaid a scacchi. Le mani giunte nella quiete della sera, ora so. M’invitano alla preghiera. Tappeto indiano sotto ai piedi. Ecco il silenzio che placa anche gli uragani. Ci sono solo io e le mani calde della notte strette e dolci nelle mie mani.
 

signorisinasce @ 23:17 | commenti (22)(popup) | commenti (22)
lunedì, 05 maggio 2008 | in : libro ioamo

Teatro Libero Milano

Domenica 11 maggio 2008 - ore 19.00
presso il Teatro LIBERO di Via Savona 10 - Milano
Incontro con l'editore Fabio Croce
che presenterà le novità editoriali 2008 a tematica GLBTQ
Interverranno gli autori:
Silvia Accorrà
Gian Mario Felicetti
Stefania Diedolo
Paolo Pedote
Fiorenzo Lancini
Gianluca Loncrini

Info: 028323126

signorisinasce @ 21:52 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
lunedì, 05 maggio 2008 | in : poesia

Passione notturna

Immobile mi sono lasciata abbracciare,
mentre dentro ho temuto per me stessa.
Era troppo tutto quel mio tremare.

Nel silenzio della notte
non ho detto una sola parola.
Ho accolto il tuo calore
che di luce
mi ha colorata d’aurora.

Con le mani strette
ho così ringraziato Dio,
per questo amore cosi’ mio.
Mentre nella pace del tuo corpo abbandonato
ho ricevuto ed ho donato
un sentimento incondizionato.

Rivivo in questa ora tarda
quella tua carezza lieve sulla mia spalla. 
Delicata ed immensa la tua danza,  
hai profumato d’immenso come una bianca calla.

Ho poi fotografato dentro al cuore
quel tuo sorriso innamorato,
per poterlo ammirare lontana
quando il fato è adirato.

Tu lo sai.
Ti ho adorato come un sole,
mentre tra le tue mani
ogni piccolo timore si è fatto fiore.

Quel piccolo bacio lieve,
nell’incavo del collo,
mi ha fatta stringere fetale
per non lasciarti mai andare.

Sotto il piumone l’alta marea
che sconfigge i valichi rocciosi
ha allagato le mie dighe
e levigato i pensieri morosi.

Tu che da sempre
sei sinonimo di libertà
annusa la mia aurea
e vivi di me cercando la felicità.

La coscienza è
che la mia vita che è adesso nelle tue mani,
lo sarà ora e per sempre,
in ogni tuo domani.

Ok te lo giuro, non dico più una sola parola,
non aggiungo altro nel tempo che vola.
Ho fermato in uno scatto l’immagine di te,
perchè in verità tu sei l’unico punto fermo dentro me.

***

Un'aurea d'aurora ha donato una danza al fato.
Troppo nel mio domani!
 Tu sei un fiore lieve che divieni alta marea dentro me.

signorisinasce @ 00:01 | commenti (16)(popup) | commenti (16)
martedì, 29 aprile 2008 | in : racconti

prendimi

Distesa su un divano rosso Anna guarda Andrea che è in cucina mentre da più di mezz’ora cerca di preparare due spaghetti al pesto genovese. Anna indossa una tuta blu e una maglia di cotone leggera e immagina sorridendo il caldo pasto e il corpo di Andrea tra le sue cosce. Abbinamento fantastico che le solletica l’appetito e la fame dei sensi. Andrea, una meraviglia nei jeans sdruciti e canottiera bianca, si aggira ogni tanto tra i mobili di casa con passo felpato e aria maliziosa per poi tornare in cucina.

Un bacio tra le stanze, un bacio umido e pieno accompagnato da un “Ti amo da morire...” , lascia Anna in preda ai pensieri più accesi, mentre di nascosto da Andrea mangia crostini di pane intrisi nel burro.
La birra fresca l’ha rinfrescata dall’arsura della giornata che volge alla sera.

Un brivido inaspettato la induce a raccogliere le gambe in grembo come quando da piccola si rannicchiava sul divano della mamma e ne utilizzava i cuscini per farne una barricata a difesa delle intrusioni dei fratelli più piccoli.

“Andrea? Che stai combinando? Sento uno sbattere furioso di pentole. Stai cucinando per almeno duecento persone…?”.

Non c’è nulla da fare. Quando Andrea vuole fare di testa sua, bisogna ignorare tutto e attendere che abbia terminato ciò che ha nella mente.

Mentre l’amore suo bello traffica in cucina Anna, si concede alla quiete della sera.
Dalla portafinestra della sala s’intravedono i colori vivi di un tramonto di primavera accompagnato dagli ultimi canti dei passeri che solitari tornano al loro nido.

Anna ricorda come da anni non sentiva quella sensazione di pace e di libertà che le pareti dei muri, i colori della stanza, la luce riflessa e i quadri colorati le stavano donando in quel preciso istante di vita.
Il ricordo di desideri antichi e ormai dimenticati invade la sua mente e chiudendo gli occhi si abbandona al richiamo del sonno che ben presto la trascina lontano, verso lidi non ancora esplorati, verso un porto sicuro e silenzioso dove solo le mani di Andrea possono e la sanno guidare.

Un prato fiorito dove correre a perdifiato, il vociare di bimbi allegri, aquiloni colorati nel cielo, Anna in bicicletta e lo scorrere del tempo che non si perde nei minuti mancati, ma che arrotola e smonta gli attimi della vita in avanti e a ritroso secondo i desideri, le occasioni mancate, le voglie mai sopite.
Un tempo sezionabile e ricomponibile per vivere sempre tutto più volte fermando le lancette ed il suo scorrere, se necessario, per non perderlo mai.

Una fotografia che si chiama “Tempo che scorre, ma non passa” che non sbiadisce e non muta e non invecchia e rimanda sempre l’immagine reale di un vissuto che non muore perché eterno.

Anna sogna.

Braccia forti e sicure la coccolano nel tepore della sera. I capelli di Andrea, una carezza bionda sulla fronte. Il tocco delle sue morbide labbra, una mano sul seno tondo. Brivido. Anna apre gli occhi confusa. La cena, gli spaghetti al pesto, la Primavera alle porte e Andrea completamente senza vestiti che la trascina sul pavimento in una danza che non ha bisogno di essere spiegata o anticipata.
Il corpo di Anna in balia dei sensi e dell’amore è travolto da un uragano senza fine, dove solo la pelle parla, gli umori scivolano, le labbra sussurrano parole mai scontate, parole sconce, parole inventate.
Pieghe dell’anima che si tramutano in anse colme d’acqua che tracimano e il venire lento dei sensi diviene un venire in onore all’amore che gode, che strappa e sconvolge le vette di un monte dove Venere dimora e ama, vive e spera.
Tocchi lenti e sapienti di mani conosciute che accarezzano. Aliti di vita nelle orecchie che vogliono più sussurri, più onde anomale su e giù nella testa, nel cuore e dentro fino in fondo all’anima del desiderio.
Spasmi di un delirio dove tutto nasce e muore e nasce per essere ricomposto e seminato e fiorito su un parquet dove il legno ha preso la forma di due corpi nudi che nell’oscurità di una sera di Primavera si amano e sanno di essere unici nella loro immensità.

Il pesto è bruciato e la pasta è scotta.
Anna e Andrea scendono in strada ancora caldi di sesso e amore alla ricerca di un ristorante.
Ridono e si abbracciano.
Le parole non servono a nulla.

Sul parquet di casa l’ombra dei loro corpi che si muovono all’unisono continua la danza dell’Amore, innaffiando di desiderio ed humus il Desiderio che li attende solerte a casa.

Perchè il Desiderio non è mai scontato.
Perchè il Destino va costruito.
Perchè ciò che è perso è lasciato.
Perché l’amore va coltivato.

(Quanti di Voi avrebbero pensato al pesto bruciato?)

signorisinasce @ 23:49 | commenti (9)(popup) | commenti (9)
sabato, 26 aprile 2008 | in : poesia

viva

Mi sono levata la pelle mentre tu mi hai abbronzata d'oro.
Come un sole.
Ho guardato il mare attraverso gli occhi tuoi.
E mi sono fatta cielo.
Nel colore delle onde
il vento mi ha disperso il dolore.
Sono di nuovo un Arcobaleno.

signorisinasce @ 22:24 | commenti (15)(popup) | commenti (15)
giovedì, 24 aprile 2008 | in : poesia

LONTANODENTROME

Lontanodentrome.

E' a mani giunte
che imploro la quiete.
Una carezza piena,
un bacio vivo,
l'aria mite di una farfalla
posata su una siepe.
 Uno sguardo attento
che non mi accenda
 di turbamento.
Un sorriso pieno 
che non sappia di
....mi barcameno..
Agogno il mio amore
come alito divino.
Non chiedo null'altro .
Solo il tepore
che daresti ad un bambino
.

signorisinasce @ 23:29 | commenti (5)(popup) | commenti (5)
giovedì, 24 aprile 2008 | in : poesia

labirinto della mente

Salivo, ma non arrivavo mai.
Giravo per ritrovarmi sempre nei guai.
Ogni scalino un largo pozzo da evitare.
Nemmeno una parola che andasse bene.
Ogni aggettivo una polemica.
Una discussione dell'anima.
Una pietra al collo.
Un torto, uno schiaffo, uno strappo corto. 
Allungavo, allungavo il passo.
Con il capo chino per evitare.
Ma era inutile.
Non c'èra nulla che più andava bene.
Salire in silenzio, perchè nemmeno
il timbro della voce era quello prediletto.
Solo le accuse, le rabbie ed i falsi sentori.
 Solo il fiato corto. I malumori.
Una lunga strada di pioli marci dove camminare.
Questi miei piedi come li posso posare?
E l'insofferenza diviene intolleranza.
Ed il malumore si trasforma in incostanza.
Tenue la luce che mi invita,
continuo il viaggio, nonostante la strada
diventi infinita.
Al posto delle rose solo le spine,
in fondo al coraggio solo briciole,
solo tazzine.
Se il futuro è nei fondi del caffè,
mi chiedo di continuo il mio dov'è.
Giacchè di amar sapore poco ne bevo.
In tutto quel nero
non sento,
non parlo,
e più non vedo.

L
a
b
i
r
i
n
t
o

signorisinasce @ 22:53 | commenti (6)(popup) | commenti (6)
mercoledì, 23 aprile 2008 | in : pensieri liberi

tempesta

Solo post deliranti ultimamente su Signora, quasi mi vergogno nel rileggermi e quanto vorrei saper ritrovare tutto il mio calore. Calore che ho sempre dentro e sempre condivido, tranne quando il pianto continuo mi fa perdere ogni dettaglio, ogni desiderio, ogni sorriso. Destino infausto… sei come vento diretto ed impetuoso. Arrivi a frantumare i sogni miei che vanno altrove lasciandomi sola e smarrita dove la terra è arsa ed infuocata. Perché tu lo sai, Signor Destino, che è solo nella magia delle stelle che seminano il polline dove io posso sperare di  fiorire come in primavera. Non c’è null’altro che può darmi la serenità. Lo sai. Solo un ricciolo biondo come un raggio di sole a carezzarmi nelle notti lontane,  mi conduce sulla strada della luce perché portatore di calore. Ma tutto il resto è il nulla. Il nulla che mangia e diviene voragine immensa dove perdermi ed essere seppellita. Una lacrima stasera scende solitaria ed inaspettata, che brutta storia, che strana faccenda. Forse è solo il buio della non-conoscenza che fa paura, non so bene nemmeno io, ma  tremo, tremo bene. Tremo che non mi so fermare. Da quando in lontananza odo la tempesta ed il suo avanzare lesto come sospinta dalla sfortuna, non possiedo più il dono della ragione e come una pazza maledetta girovago tra i dirupi e le sterpaglie cercando il nome mio. Chè nemmeno come mi chiamo, ricordo. Non c’è piu’ nulla che tiene, la magia è finita. Tutto scorre, guardate! Solo massacri tra le mie dita. Questa mia vita solitaria che nelle ore perse davanti ad un pc muore, lascia segni sulla mia pelle come artigli indemoniati dal furore. Mi sento sbranata dalla mia stessa voglia di fare. Perché ormai se l’amore non è con me non c’è nessun grande volo che valga la pena di essere vissuto e se poi l’amore non mi legge più…che valore avrebbero ora queste mie parole che i suoi occhi non vedranno vive e l’anima sua non sapranno emozionare. Laghi, solo laghi verdi e profondi i miei occhi infossati. Stanca mi trascino tra le stanze ed in nessun luogo trovo tracce del suo passaggio, del suo amarmi immenso. Giornate passate, troppe. Troppe sono quelle sole. E sempre troppe le distanze da colmare. Eppure se chiudo un attimo è sempre lì, che mi sorride e mi fa piangere e mi fa l’amore perché al Destino infausto se solo non fossi sola glielo metterei forte un siluro nel culo e nello spazio lontano lo sparerei con la sola forza del pensiero. E senza dimenticarmi che basta voler lottare, mi ributterei subito nella mischia, girerei la moneta e mi rimetterei come sempre sola contro la corrente a remare ed a nuotare.

Perdonate stasera questo mio Delirio di Primavera, attendo solo che il mio Dio interrompi questo canto salato e mi aiuti a ritrovare  presto la Signora che vive e che sempre spera. 

signorisinasce @ 22:57 | commenti (8)(popup) | commenti (8)
venerdì, 18 aprile 2008 | in : racconti

acqua

“Tu sola sai quanto il mio cuore è lacerato da questo mare mancato…”

 

Anna camminando sola sul lungo mare di Bordighera vide il biglietto per puro caso. Incastonato nel tronco di una palma protesa sul viale brillava di una luminosità strana e vivida. Gli occhi, accecati dalla luce bassa del tardo pomeriggio, lo hanno scorto in un baleno tra il verde marrone del tronco centenario.

Sembrava messo lì appositamente. Chissà da chi e soprattutto per quale stranissima ragione.

Stringendo il biglietto tra le esili mani Anna attese qualche istante prima di aprirlo,  leggerne la semplice frase e comprendere che poteva benissimo essere stato messo per lei,  per quanto si sentiva fragile e sola, fu un tutt’uno.

Un cielo plumbeo minacciava ancora pioggia.

Pur sapendo di fare un dispetto a qualche innamorato decise che quel biglietto era il suo biglietto. I sentimenti che dentro le frastagliavano l’animo si placavano un poco alla lettura di quelle semplici e profonde parole.

L’uomo o la donna che lo aveva scritto sicuramente amava moltissimo ed era indubbiamente una persona lacerata per un qualcosa di imprevisto che non aveva potuto gestire o prevedere.

Una strana sensazione di non essere sola accompagnò Anna per tutta la passeggiata finchè da lontano non scorse il porto ed un pontile di rocce umide e scure.

Il mare arrabbiato urlava tutta la sua disperazione. Schizzi di acqua salata rigavano il volto di Anna che si sentiva quasi battezzata ed in comunione con le onde anomale che la chiamavano. Un invito pericoloso al quale Anna sentiva di non poter resistere.

Posò sulla sabbia la borsa di pelle di Armani, si levò le Nike bianche e nere, sfilò i jeans consunti e la maglia panna di Kejo e completamente nuda si gettò tra la schiuma impazzita del grande mare.

L’acqua freddissima e salata la accolse come una madre; Anna sentiva tutto il suo corpo rigido come marmo, le braccia durissime, le gambe impossibili da muovere, il sapore del sale dentro fino in fondo alla gola.

Si mise a pancia sopra come fosse morta ed iniziò a farsi trasportare. Il cielo nero rendeva l’acqua color degli inferi. Ali di gabbiano apparivano di tanto in tanto in un vorticare veloce e diseguale quasi a dare un allarme per il pericolo imminente

Anna sentiva meno freddo nell’acqua gelida del mare di quello che aveva avvertito nei giorni precedenti sola in quella località della terra ligure.

Mentre ignara si lasciava trasportare dalle onde ripensava a quel biglietto ed a come il destino si era incrociato con lei e la sua solitudine.

Una tormenta stava iniziando ad ululare verso la Francia. In meno di qualche minuto si sarebbe abbattuta sulle cittadine liguri dell’Italia.

Anna d’improvviso fu come se si accorse di non avere più percezione del suo corpo. Pensava solo ad Andrea ed a come non l’aveva potuta raggiungere lasciandola sola in balia delle sue ansie e preoccupazioni.

Un viaggio organizzato da tempo saltato improvvisamente per motivi che nemmeno lei era riuscita a comprendere al punto da temere che forse quell’amore non meritava i sacrifici e gli sforzi che lei tutti i giorni faceva pur di viverlo appieno, fino in fondo, per sempre.

Andrea, solo Andrea nella sua mente. Un viaggio infinito pur di di stare tra le sue braccia si è poi trasformato nella più nera solitudine del cuore.

Andrea non era arrivato. Non era partito. La grande stanza d’albergo era vuota senza il suo allegro vociare.

Solo un mazzo di rose rosse meravigliose sul tavolo d’angolo ricordavano ad Anna che anche Andrea era disperato per quella mancata partenza.

Anna smarrita tra le onde, sentiva una voce che chiamava, ma lei era ferma. Di ghiaccio.

Da lontano sentiva questa voce roca che urlava, sbraitava verso di lei cercando di attirarne l’attenzione, ma Anna non riusciva più a rientrare.

La tormenta si stava avvicinando ed il mare furioso la stava proiettando verso gli scogli.

Nonostante fosse già Maggio inoltrato Anna si rese conto d’improvviso che stava rischiando la sua vita per una leggerezza infantile, per un bagno fuori stagione.

Gli arti intorpiditi non rispondevano alla sua necessità di nuotare verso la riva.

Da lontano un’imbarcazione con a bordo due uomini stava partendo alla volta della sagoma del suo corpo che le onde scure lasciavano intravedere di tanto in tanto.

 

Le onde mangiano la paura.

L’acqua lenisce i dolori.

Le onde si scopano la sfortuna.

L’acqua battezza a nuova vita.

Le onde barricano i destini infausti.

L’acqua rigenera e lava le brutture.

 

Traumatizzata ed in trans Anna mormorava queste parole senza mai smettere, a ripetizione,  fino a quando il pescatore non le ordinò di stringersi alla coperta e di provare a riposare.

 

Il vuoto che Anna ha dentro è un lago nero.

Nessun Andrea potrà mai riempirlo.

Nessun amico.

Nessun affetto.

Il vuoto dell’anima è un vuoto da riempire da soli imparando a bastare a se stessi.

Andrea, l’amore suo, l’ama e l’amerà sempre.
Anna deve solo diventare grande e comprendere che la solitudine non è un sentimento legato agli altri, ma unicamente al suo sentirsi sola anche quando il mondo immenso che le vive vicino bussa senza che lei abbia voglia di aprire.

Anche quando non riesce a sentire nulla perchè si sente cosi’ vuota da credere di non avere nulla da donare.

Anna deve solo attraversare la sua anima, per tornare a vivere ed essere felice.

Nella vicinanza come nella distanza.

Perchè l’amore quando è vero sopravvive ad ogni barriera, ad ogni imprevisto, ad ogni cambiamento.

Perchè distanza non significa lontananza...quando si guarda la stessa luna!

Perchè l’amore è solo amore.

Non serve per colmare la solitudine.

L’amore è solo il faro della felicità.

....................................................

Tu sei il mio faro Andrea?

signorisinasce @ 23:58 | commenti (23)(popup) | commenti (23)
venerdì, 18 aprile 2008 | in : poesia

donna sola

Sono andata verso quel mare
con la mancata emozione
di un volo perso,
mentre sola  e disarmata
mi sono specchiata in acque fredde
chiedendo  di te.

Un volo di gabbiani
avrebbe potuto forse donarmi un sorriso?
O il canto lieve di una bimba allegra
confondere il pianto con il riso?
Nemmeno poi tanto,
ho temuto nelle ore andanti,
sperando.

Se il vuoto non ha saputo
riempirsi da sè.
Se accartocciata ho camminato nel vento
e confuso la spiaggia con il mio rimpianto.
 
Ora,
 seduta su una panca fredda e dura,
osservo il cielo morire.
In un tramonto di nubi
 ciò che imploro stanchissima
è solo riuscire a dormire.

signorisinasce @ 14:58 | commenti (11)(popup) | commenti (11)